Cortese Way

Il pollo di Rosa, la nostra contadina.

Eravamo ragazzini, noi, villeggianti a Sant’Agata sui due golfi, e loro, i figli di Antonino, il contadino che curava i giardini, gli orti, delle case del parco dove abitavamo.

Antonino aveva il viso cotto dal sole, da lontano sembrava sorridesse, questo lasciava trasparire il suo solito ghigno, quando ti avvicinavi a lui, invece, capivi che quel sorriso altro non era che una smorfia di dolore tale era la mole di lavoro che si sobbarcava. Era un moto perpetuo, Antonino, a noi sembrava vecchio, ma in realtà, a conti fatti, non aveva nemmeno quarant’anni.

Anna, Luigi e Michele erano i suoi tre figli, Rosa la moglie. Il casolare in pietra, dove loro vivevano, si trovava in aperta campagna a un paio di centinaia di metri dalle nostre case. La curiosità di ragazzini ci spingeva spesso lì, con le nostre biciclette, per spiarli, e più ci avvicinavamo più si facevano intensi gli odori di terra, di animali, di stalla. A noi sembrava di trovarci in un altro mondo, anche se così vicino alle nostre case, fresche di nuovo.

Ci studiavamo, noi villeggianti e i tre figli di Antonino. Un giorno accadde, in una delle frequenti escursioni, che a quegli odori tipici della campagna si aggiungesse quello di una brace. Rosa aveva un aspetto e un atteggiamento molto materno, appena ci scorse, c’invitò a farci avanti, accompagnando le sue parole con un gesto della mano destra, dicendoci: “Venite, venite, accomodatevi, Antonino deve ancora arrivare, prendetene un pezzo”. La presenza di Antonino, appartenente al mondo dei “grandi”, ci avrebbe indotto probabilmente al rifiuto, ma i sorrisi convincenti di Anna, Luigi e Michele ci convinsero ad accettare.

Ci sedemmo su una delle due panche disposte sui lati lunghi del tavolo rettangolare in legno nel cortile davanti al casolare e così, dopo qualche secondo, in un piatto bianco, ci arrivarono alcuni pezzi di pollo, che Rosa condì con un intingolo fatto di olio, erbe e aromi che l’inesperienza non mi consentì di capire quali fossero.
Il colore della carne, una volta sollevata la pelle, non era convincente. Noi eravamo abituati ai polli tendenti al chiaro, al bianco, invece quelli di Rosa andavano sullo scuro, ma il fatto che loro lo stessero già mangiando, prima del nostro arrivo, ci convinse a essere meno diffidenti e a rompere qualsiasi indugio.
Personalmente m’impegnai molto nell’apparire sicuro, nel mangiarlo con le mani e nel rimanere indifferente alle galline che ci ronzavano intorno indisturbate, ma ogni titubanza svanì quando, poco dopo, accadde qualcosa che avrebbe occupato per sempre un piccolo spazio nella mia memoria.
Al primo morso, nonostante la carne fosse notevolmente più coriacea rispetto a quella a cui eravamo abituati, capii che stavo mangiando il pollo più buono che avessi mai provato, destinato a rimanere tale probabilmente per il resto dei miei giorni.

Il risultato fu, negli anni a venire, che andare in vacanza a Sant’Agata non volle più dire solo giornate al mare oppure interminabili partite di calcetto fra noi, “Junior ’74”, contro “Olimpic”, i villeggianti “extra parco”, ma chiedere puntualmente a Rosa di cucinare per me “quel” pollo, che con la maggiore età pretesi di pagare dato che le quantità aumentarono vertiginosamente per il desiderio di condividere quell’emozione con gli amici più inclini e sensibili a questi argomenti.

Con la morte di Rosa, come talvolta accade nello sport con le magliette dei fuoriclasse, è accaduto che il pollo sia stato ritirato dal mio “menu”, non solo per l’eccelsa qualità della carne, ma per quell’indimenticabile sapore che donna Rosa riusciva a dargli, mettendo insieme, sapientemente, i fantastici prodotti della sua terra.

 

 

Foto: I peccati di gola

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